12 febbraio 2006

i pericoli della risaia

Alla mattina si lavorava bene perché si era riposate e faceva fresco, anche se era più pericoloso camminare nell'acqua: si potevano trovare animali ancora addormentati.

Una volta estirpai un "fiuron" (un'erba a foglie grandi con l'interno a forma di cestino), tana di una biscia intorpidita.

Naturalmente non me ne accorsi e proseguii a mondare con l'erba in mano e la bestiola penzolante, che tentava di liberarsi!

Ad un tratto l'Angela mi disse: "Vale, non ti spaventare, ma hai preso un serpente per la coda.. molla l'erba!!". Siccome spesso mi prendevano in giro, facendomi scherzi alquanto idioti, non raccolsi il consiglio, finché non sentii attorcigliarsi al braccio una cosa viscida e fredda, alché lanciai in aria erba e biscia e corsi all'argine urlando come una pazza!

A metà luglio, quando è cominciata la seconda monda, il riso è già alto ed è rifugio di parecchie bestie grandi o piccolissime. I ragni son quelli che impressionano di più, se sono in discrete quantità.

Un giorno scendemmo in un campo spettrale. Qualcuna di noi rimase senza parole: era come un'unica ragnatela. Fino ad allora avevo visto solo qualche ragnetto solitario, invece lì, davanti agli occhi, avevo l'habitat del ragno saltatore.

Quando entrammo in risaia ci fu solo il fruscio dei nostri corpi contro le piantine di riso. Ad un tratto un paio di metri più avanti, cominciarono a venir fuori ragni grossi come mani che scappavano, facendo balzi come canguri! Qualche insetto sbagliava direzione e si lanciava su di noi, che indossavamo sacchi dell'immondizia per ripararci dalla rugiana mattutina.

Il poverino scivolava giù sino ai piedi e fuggiva tra l'erba. In una simile situazione, se sei fobica lo capisci. Io decisamente non lo ero ma un po' di inquietudine ci prese tutte, tanto da portarci a gridare battendo le mani, trasformandoci in battitori di caccia. E allora non si videro solo ragni, scappare: volavano via aironi, gallinelle d'acqua, fagiani, ti attraversavano le gambe lepri, nutrie, ratti, rane e serpenti.

L'aria si era caricata di grida, di rumori, di urla e richiami disperati. Mi immaginavo leprotti presi dal panico in cerca di mamma lepre, topini persi e facile preda di serpi e cornacchie. Cercavo sempre di ricongiungere eventuali dispersi, di riportare i pulcini al vicino nido di quaglia, mentre invece qualcun'altra rubava le uova delle fagianelle per farci la frittata alla sera!

Come ridevano, facendo no con la testa, ogni volta che mi infervoravo, lottavo per difendere quei malcapitati. Non lo sapevo, ma ero una mondina molto ecologista.

Ogni tanto qualche animaletto ti salutava con un bel pizzicotto. A parte le innumerevoli zanzare e tafani, c'erano degli insettini chiamati "cinque minuti": uguali a ragnetti, vivono tra il fango della risaia e quando si trovano intrappolati nella scarpetta, l'unico modo per liberarsi è quello di morderti il piede.

Ebbene, mi capitò di essere morsicata, un unico episodio che mi sconvolse abbastanza da essere terrorizzata a rientrare nel campo. Lo chiamano cinque minuti perché mentre morde inietta un liquido paralizzante che, oltre a bloccare l'arto, provoca un dolore così acuto e vivo che pare ti stiano tagliando con la motosega. Non esagero.

Piano piano però il male cala, riprendi a respirare normalmente, smettendo di massaggiare la pianta del piede come un'ossessa. Il dolore sparisce e non rimangono neppure ponfi o segni particolari.

Meglio il cinque minuti che essere attaccate da un ratto, uno spettacolo raccapricciante. Ne ho visto uno aggredire la mia vicina. L'animale sembrava un gatto tanto era grosso, aveva il pelo ispido come un riccio e dalla bocca uscivano come due piccole zanne.

La collega purtroppo se ne accorse tardi e il topo dall'argine le balzò addosso, mordendole il collo e la schiena. Le strappò via la stoffa degli abiti e prima che noi potessimo intervenire era già scappato.

Accompagnammo la sfortunata dal dottore che le diede alcuni punti di sutura e per i sei mesi successivi dovette prendere gli antibiotici per evitare infezioni. Quasi da rimetterci la pelle.