28 febbraio 2006

la curmaia


La curmaia si svolgeva il sabato successivo all'ultimo giorno di lavoro ed era offerta dal padrone alle sue mondine. Ai tempi della mia nonna alla curmaia partecipavano solo donne e pochissimi uomini su invito, gli altri non erano ammessi, perché all'epoca era davvero sconveniente per una donna farsi vedere ubriaca.

Insomma, c'era sia una sorta di vergogna che non consentiva di lasciarsi andare completamente in presenza di uomini, sia una valida "scusa" per passare una serata senza marito o fidanzato, dedicandosi ai festeggiamenti con amiche e colleghe. Si potrebbe interpretare come una moderna festa della donna!

Quindi sotto col vino e cibo a volontà, ballando fino al mattino. Spesso le mondine anziane ricordavano le feste più riuscite, raccontando come molte di loro si vestivano da uomo, con barba e baffi, coinvolgendo le amiche in balli scatenati, altre invece si abbruttivano mettendosi delle gobbe finte sulla schiena per mimare un po' il corpo deformato dalla monda.

Ma la nostra, di curmaia, era ben diversa. I due padroni principali, quelli per cui avevamo mondato più giorni, arrivavano davanti al peso pubblico del paese a bordo di due grosse cilindrate scintillanti quasi quanto noi, ci caricavano e via, partenza per Arenzano, in Liguria, dove, in uno dei migliori ristoranti della zona, ci aspettava un banchetto tutto a base di pesce e champagne.

Era divertente osservare gli altri clienti del ristorante che guardavano incuriositi lo strano gruppo, formato da due signori attempati in compagnia di sei signore di mezza età vestite di lamé, con tanto di piega fresca, agghindate come Madonne e una ragazzina in jeans e maglietta seduta in mezzo a loro. Chissà che immaginavano, forse una rimpatriata tra magnacci e puttane.. e la ragazzina? di sicuro la figlia di una di queste, poverina...

La cena era come un pranzo di nozze, non si finiva più di mangiare, di bere e di ridere come folli, finendo col metterci tutti quanti a cantare, finché, con le buone maniere, venivamo accompagnati alla porta.

I padroni non bevevano tanto, dovevano stare attenti alla guida. Ad un certo punto si allontanavano, sedendosi in una panchina ad aspettare di vederci tornare. Alcune correvano a bagnarsi i piedi nel mare, altre si stendevano sulla sabbia, aspettando che l'orizzonte schiarisse. Io restavo ammutolita ad ascoltare le onde infrangersi sugli scogli, considerando le differenze tra l'acqua del mare e quella di risaia. Se mi fermavo troppo con la mente a pensare, una tristezza mi prendeva il cuore.

Mi vedevo nei miei pochi anni, senza un futuro certo, con l'inverno alle porte e la poca voglia di tornare tra i banchi. Avevo perso tutte le certezze dalla morte di papà e mi erano rimasti addosso grossi turbamenti, grandi scelte da fare. Entrata in una realtà sconosciuta alle mie coetanee ero improvvisamente cresciuta e avevo captato i primi segni della consapevolezza, della paura che solo gli adulti hanno.




il voto alla Madonna dei campi


Il primo giorno della stagione si faceva voto di andare a piedi, entro l'autunno, sino al santuario della Madonna de' Campi, un pellegrinaggio per ringraziare, pregando, la buona salute e il tanto lavoro svolto.

 Usanza tramandata da generazioni e generazioni di mondine e mai presa alla leggera dalle lavoratrici.

Si sceglieva una notte tra il sabato e la domenica, di solito era l'ultima di settembre, con partenza attorno alle tre.
Si portavano alcune torce, ma il percorso restava comunque molto buio e oltre ai bisbigli dei nostri rosari e al gracidare di qualche rana regnava il silenzio.

Il santuario dista una decina di chilometri dal paese e vi giungevano alquanto sfinite. Sedute in chiesa cominciavamo i canti dedicati alla Vergine, alternati ad altri rosari e preghiere, qualcuna si rifugiava nel confessionale per un confronto "diretto" con Maria, altre si prostravano in ginocchio davanti alla sua statua, finché ad una ad una, al momento reputato giusto, ci si allontanava dai banchi per uscire sul piccolo spiazzo alberato. Alleggerite da chissà quale peso aprivamo la nostra sacchetta con pane, salame e vino per colazione. Già, perché il sole era ormai sorto e bisognava tornare a casa.

A proposito dell'andare a piedi, c'era una signora, originaria del Napoletano, che aveva sposato il nostro ciabattino e lui l' aveva mantenuta fino all'inverno in cui si ammalò, prese la polmonite e ci lasciò le penne. La moglie per un po' di anni non disse nulla, sembrava potesse vivere comodamente di rendita, finché un giorno, nel negozio di mamma, chiese se qualcuno fosse interessato a darle del lavoro, perché solo con la reversibilità del defunto marito non se la cavava più a pagare le spese della casa.

Era una donna sui cinquant'anni, minuta ma vivace ed attenta. Un paio di clienti in bottega le dissero che con la monda, in tre mesi, avrebbe guadagnato denaro per mantenersi quasi un anno, con un tenore di vita dignitoso, senza farsi mancare nulla. E così quell'estate l'Orietta si unì alla nostra compagnia, solo che non sapeva andare in bicicletta e neppure aveva la patente!!

Nelle giornate calde di luglio e agosto noi dovevamo essere in risaia alle 6 del mattino per poter smettere alle 3 del pomeriggio. L'Orietta partiva alle 5 per percorrere a piedi la stessa strada che noi facevamo pedalando in un quarto d'ora. Quell'anno avrei compiuto 18 anni e nonostante fossi senza patente sapevo già guidare, qualche volta perciò presi l'auto di mamma per fare quei pochi chilometri e portare così la nuova collega nei campi. Le altre all'inizio non la volevano, sempre per il discorso che portava via il lavoro a noi e ci rallentava pure il passo.

Ma l'Orietta aveva una parlata napoletana simpaticissima, tant'è che, ad un certo punto, pur di stare in compagnia si mise a cantare con noi le canzoni della monda con quel suo accento marcato, tanto da farci piegare in due dalle risate!

Il padrone, visto che s'era inserita bene e lavorava sodo prese ad accompagnarla alla mattina, mentre al ritorno, a turno, la caricavamo sul manubrio della bici, con lei che urlava fino al paese, perché era dura, per quelle strade, io ero abituata con mio fratello, ma quando portavo l'Orietta glielo dicevo chiaro e tondo che era a suo rischio e pericolo!


24 febbraio 2006

momenti tristi


Durante la mia prima stagione di monda successe una tragedia che tolse ad ognuno di noi ragazzi il sogno e la spensieratezza della gioventù.

Non so se sapete com'è nei paesi: arrivano i ragazzi dei dintorni a corteggiare le coetanee, mentre i maschi compaesani espatriano anch'essi verso altre mete vicine in cerca dell'anima gemella, come fosse una danza amorosa. Cominciano ad arrivare dapprima con le biciclette, poi coi motorini e, di colpo, ti son davanti patentati.

Quell'estate, alla guida di una A112 arancione superaccessoriata si presentò Giorgio, accompagnato dai compari Roby e Mauro, i soliti "stranieri" che negli anni precedenti venivano a trovarci coi motorini truccati.

Noi ragazze li aspettavamo al bar, trepidanti di scoprire se il nostro bello aveva deciso di farsi vedere o di darci buca. Si sentiva uno scalare di marce prima della curva della roggia, l'auto inboccava veloce la via principale per fermarsi infine al centro della piazza centrale, con le loro teste spettinate fuori dai finestrini.

Una sera di giugno però Giorgio perse il controllo dell'auto investendo in pieno Ivano, che stava alla guida della sua vespa. Entrambi finirono nella roggia che costeggia la strada. Giorgio rimase illeso, Ivano venne trasportato con l'ambulanza all'ospedale vicino e si capì subito la gravità del suo trauma. Restò in coma sei giorni, poi ci lasciò. Aveva 19 anni. Sua madre non era originaria del paese, si era sposata pochi anni prima con un nostro concittadino e si era perciò trasferita coi figli. Sia Ivano che la sorella Carla di due anni più giovane si erano inseriti nella comunità-giovane del posto, instaurando con tutti noi un rapporto di complicità e amicizia molto forti.

Giorgio era un po' più anziano di noi. Si era appena lasciato con la morosa e quella terribile sera era venuto in paese per un ultimo tentativo di riconciliazione. Quante volte lo sentii ripetere che se non fosse sceso nulla sarebbe accaduto, non sarebbe capitato l'incidente e la vita avrebbe avuto altre corse, altri giri...

I due ragazzi si conoscevano bene e il rimorso che rimase all'altro, sopravvissuto, non passò mai. Giorgio che era un donatore di sangue, pochi mesi dopo venne colpito dalla leucemia. Ci sembrò un paradosso. Qualcuno si convinse che si fosse ammalato per il dolore. Tre anni dopo anche lui era già sepolto.

Noi della compagnia passammo settimane, mesi cercando di riportare una qualsiasi normalità nel gruppo, ma ci muovevamo e parlavamo come ipnotizzati. Eravamo giovani, ci sentivamo onnipotenti sino a quel tragico evento, dopo di che non fummo mai più felici. Restammo monchi di quella gaiezza, di quell'incoscienza classica dell'adolescenza.

A volte ricordando quei giorni vedo le immagini scorrere nella testa come in un film: riconosco gli amici seduti davanti al prestino di papà, ci sono anche Ivano e Giorgio, seduti sul cofano dell'A112, noi ragazze a rincorrere lucciole, sento ancora l'aria calda e afosa di agosto, i grilli, le mamme che chiamano i bambini per andare a letto, i lampioni gremiti di zanzare e oltre a questo, il silenzio. Per le strade solo le nostre voci, le donne anziane che si salutano e vanno a dormire, lasciando vuote le panchine della piazza.

Tutto tace. Lo vedete? lo sentite anche voi?




21 febbraio 2006

le nostre canzoni

Se non si poteva chiacchierare, perché c'era il padrone o ci si era animate troppo a discutere, allora si cantava.

In realtà i canti servivano a scandire il tempo, un po' come succede nell'esercito, accompagnavano praticamente il ritmo del lavoro.

Tanto più il brano era veloce tanto più procedevamo speditamente. Ad esempio, se si trapiantava il ritmo doveva essere sostenuto, tant'è che i padroni preferivano di gran lunga le canzoni movimentate.

Il canto, inoltre, aiutava la concentrazione, distogliendo l'attenzione dalla posizione scomoda assunta per ore e ore. E' difficile per me scordare la fatica di trapiantare, doppia a paragone della monda. Si è sempre piegate, camminando all'indietro e le dita son dolenti, costrette a trapanare il terreno duro per collocarci la piantina di riso.

C'era tempo e tempo per scegliere le canzoni, a seconda dello stato d'animo di chi le intonava. Spesso di mattina se ne cantava di malinconiche, inventate da chissà quale mondina anni prima, così triste e disperata. Mi ricordo alcune strofe:

"Amore mio non piangere, se me ne vado via
io lascio la risaia, ritorno a casa mia
vedo laggiù tra gli alberi la bianca mia casetta
vedo laggiù sull'uscio la mamma che mi aspetta

Ragazzo mio non piangere se me vo lontano
ti scriverò una lettera per dirti che ti amo
mamma e papà non piangere, se sono consumata:
è stata la risaia che mi ha rovinata
mamma e papà non piangere, non sono più bambina
son tornata a casa a far la signorina!"

Oppure, se era in ritardo la paga, c'erano i canti di protesta come "sciur padrun da le bele braghe bianche fora le palanche, fora le palanche.." mentre a fine giornata si cantava gioiosamente per la contentezza dei soldi guadagnati.

In ogni squadra c'erano almeno un paio di mondine con l'incarico di intonare la prima strofa. Da noi una di queste era la Pina, con la sua voce acuta e dolce insieme. Non vi è mai capitato di andare a Messa, in una chiesa di paese e restare estasiati dal canto di qualche signora nelle ultime file? In tal caso potrete dire di aver ascoltato la voce di una mondariso!

Allo scadere delle ore lavorative cantavamo così:

"padéla, padéla tra là là / padéla a chi la va / 'gh la dumma a l'Ernesta cul sò Bèrtu 'namurà (padella, padella tra là là, padella a chi va, la diamo all'Ernesta col suo Berto innamorato)

gh'è pasà 'na squadra d'uslon / i gan purtà via, i gan purtà via l'urlog al padròn (è passata una squadra di uccelli grossi, hanno portato via, hanno portato via l'orologio al padrone)

perché il padrone ci rubava i minuti, cinque, dieci, veniva mezzogiono e non ci lasciava andare... noi gli intonavamo il verso...





18 febbraio 2006

cronaca rosa


Quell'anno con la squadra venimmo ingaggiate in una delle cascine più grandi della zona, da poco passata in eredità ad una donna "forestiera": il vecchio proprietario era morto dopo averla sposata e così la vedova si era messa a seguire gli interessi dell'azienda, aiutata dal resto della famiglia.

Un pomeriggio caldissimo, mentre ci stavamo spostando da un campo all'altro scivolai dall'argine precipitando dalla porta opposta e cadendo addosso ad un ragazzo che con la vanga stava regolando la bocchetta dell'acqua di un fosso.

Misericordia, che pezzo d'uomo! Io indossavo solo i pantaloncini e il pezzo del costume sopra, lui era torso nudo e un paio di brache minuscole che lasciavano scoperte delle gambe snelle e toniche abbronzatissime.. e il volto, uau! poteva somigliava a qualche attore latino americano...

Per lo scontro cademmo entrambi nel fango. Giunsero di lì a poco le mie compagne per vedere i danni e mi trovarono, invece, tra le braccia dello sconosciuto... ed ero fidanzata sì, purtroppo!
Si chiamava Francesco, uno dei ragazzi più belli, simpatici e ricchi che mai abbia conosciuto: era il figlio dell'ereditiera e quel'estate aveva preferito lavorare nei campi anziché studiare per la laurea.

Fino ad agosto ci vedemmo in campagna. Si mangiava insieme un panino, con le altre a farmi da guardia del corpo, brontolando "guarda che sei fidanzata, la paglia vicino al fuoco brucia..", ma mica ci facevo l'amore con Francesco, stavamo una mezzora a raccontarci la vita, tutto qui..
E' davvero stata solo un'amicizia e lo è a tutt'oggi, lui nei suoi quasi 100 kg, invecchiato come me e altrettanto felicemente sposato con due figli!
Ho provato comunque forti emozioni pensando alla possibilità di costruire qualcosa con lui, ma amavo tantissimo il mio fidanzato di allora, rivelatosi più avanti non adatto a me e tornare indietro ormai era tardi.

Ricordo che alcune compagne mi dicevano: "ma che te ne frega, 'na lavada, 'na sugada, la smea nanca aduvrada" (una lavata, un'asciugata e non sembra neanche adoperata) per dirmi, in sostanza, di togliermi la voglia. Invece altre erano moraliste, sempre a dire che non si facevano le corna al fidanzato e non vi dico quante lamentale sui rapporti prematrimoniali!
Queste dicevano di essere arrivate vergini alla prima notte di nozze, ma pochi ci credevano, anzi, una di loro, che le conosceva bene, mi disse che nei pagliai, da giovani, ci andavano pure loro, coi morosi!

Naturalmente non cedetti alla passione, razionalizzai i sentimenti, vigliaccamente forse, per non complicarmi le cose, anche perché la verità viene sempre a galla prima o poi e se mi fossi comportata in modo sventato, Giorgio lo avrebbe saputo. Per lealtà nei suoi confronti non feci mai nulla di che vergognarmi. Il tempo poi, riguardo alle decisione prese, mi ha sempre dato ragione...

spetegules!

I pettegolezzi avevano una base di verità e una farcitura gigante di fantasia, e quando se ne aveva uno nuovo da ascoltare le ore di lavoro volavano via in batter di ciglia.

Durante la mia prima monda ho detto che facevo parte di una squadra di 6 mondine. Al momento del trapianto però il padrone decise di affiancarci altre quattro signore.

Per me non c'era nulla di male, ma la Pina si alterò. Si mise in fondo alla fila, dove di solito stavo io e prese a portare l'erba alla riva senza parlare. Si creò un silenzio totale e l'aria si fece greve.

Così abbassate a trapiantare sentivo bisbigliare le altre compagne e riuscii a capire che parlavano di una lite che c'era stata tra la nostra Pina e una delle nuove arrivare, certa Linda, donnone stile Mangano che neppure s'era presentata. Pareva che si fossero prese dal panettiere perché la Linda aveva detto ad alcuni conoscenti che la Pina se la faceva col padrone.

Siccome a 'sta tipa il lavoro da noi nelle stagioni passate glielo aveva procurato proprio la Pina, qust'ultima s'era arrabbiata parecchio, dandole dell'ingrata e dalle parole in un attimo passarono all'azione, dandosele di santa ragione.

Quello fu uno dei giorni più lunghi e duri che mai abbia avuto in risaia, noi poverette eravamo prese tra due fuochi, non potevamo parlare, non potevamo ridere per paura che tra le due riprendesse la lite, che tra l'altro è ancora annoverata tra i maggiore eventi del secolo, al paese!

Per rallegrarci, il giorno dopo la Maria ci fece ridere narrando la storia di una sua cugina, non più illibata, che la sera delle nozze si preparò ad andare a letto col neo-marito restando col sedere a mollo nell'aceto e limone per stringere il più possibile gli orefizi e fargli credere così d'essere ancora vergine.

Peccato che lui, con tutto quell'agrodolce, mangiò la foglia, mettendosi ad urlare e ad imprecare, fece svegliare il prete per annullare le nozze e infine montò sulla bici tornando dai suoi quella notte stessa. Che scandalo! la signorina in questione restò senza marito, finché non la sposò un forestiero che aveva un leggero difetto fisico e che, a quanto pare, sorvolò sul "difetto" della futura moglie.

Un altr'anno conobbi una signora del paese vicino, ingaggiata dal nostro padrone per un breve periodo. Lei ci aspettava davanti al peso pubblico, truccata, tenutissima, in qualche modo elegante, sapeva d'essere una bella donna, sui 40 anni, quindi ancora giovane. Cavalcava con quelle gambe lunghe una bici rossa fiammante, portava una bandana in testa coprendo una folta chioma bionda e teneva sbottonati i primi bottoni della camicetta, dalla quale si intraveda un seno generoso. Mi dissero che frequentava un facoltoso uomo d'affari, sposato e con figli.

A fine giornata, poco prima di arrivare in paese, vedevamo la Mercedes del suo amante ferma nella solita stradina. Lei ci salutava, appoggiava la bicicletta ad un albero e saliva in auto con lui. Non l'ho mai visto bene in viso, aveva la targa di una provincia diversa e veniva giù a trovarla un giorno sì e uno no.

Mi son sempre chiesta con che forza si metteva a far l'amore la collega, dopo 7 ore di monda! Le altre dicevano che il tipo lavorava in banca, era uno che stava bene e le faceva dei regali costosi. Il marito di lei non diceva nulla, aveva 20 anni in più, era quasi infermo ma non era mica sordo e questa storia credo andasse avanti da anni. Forse a lui stava bene così, del resto non avevano neppure figli a cui rendere conto.






terapia di gruppo

Di lunedì mattina il mio posto era al centro della fila, perché tutte quante potessero ascoltare le mie avventure del sabato sera.

E poi, giù coi commenti in quel dialetto stretto che faticavo a capire. Volevano sapere cosa facessi col moroso fino ai minimi particolari e per convincermi a parlare raccontavano della loro gioventù, roba da far arrossire una pornostar!

Meno male che sono una persona estroversa e s'imbarazza poco: in una squadra di mondine come la mia anche una donna muta si sarebbe messa a parlare di sesso!

Spesso i discorsi si facevano caldi, incandescenti, non tanto per l'argomento in sé, quanto per lo scontro di idee. A giugno, sotto elezioni, si litigava tanto per la politica.

La maggior parte di loro era democristiana, poche comuniste. La mia invece restava una voce fuori dal coro, visto che nelle prime stagioni non avevo ancora votato, sebbene avessi qualche idea, piuttosto confusa.

Una discussione poteva convergere sul futuro dei figli. Spesso dimenticavano che io ero "figlia" e non mamma. Sentirle parlare delle difficoltà per mantenere i ragazzi, farli studiare, dar loro un futuro sicuro mi fece avvicinare molto a mia madre, la sentii accanto come mai era capitato negli anni addietro, fu una scoperta, fu come aprire una finestra e vedere il mondo coi suoi occhi di genitore e tutto mi apparve più chiaro.

A volte le giornate volgevano in discorsi tristi, fatti di parole malinconiche, di lacrime trattenute, di ansie e di speranze. Qualche timore per il marito acciaccato, il figlio che non era tornato a casa la sera prima. Ci fu una giornata particolarmente dura, in cui cercammo di aiutare la Rusin a risolvere un problema secondo lei gravissimo: il suo primogenito aveva messo incinta la ragazza.

La donna era disperata, mondava e piangeva, imprecava, dicendo che non era possibile, con tutte le precauzioni che c'erano, restare incinte è perché lo si vuole e probabilmente la ragazza aveva incastrato suo figlio. Piano piano la facemmo ragionare, i due erano fidanzati da tempo, avevano entrambi un buon lavoro, bisognava solo cercare un appartamento in affitto e poi celebrare un matrimonio semplice, perché con poco preavviso diventava difficile organizzare una grande festa.

Verso fine giornata parve un po' più serena e noi evitammo di parlare dell'argomento.

Tramite altre persone venimmo a sapere che stavano sistemando una casa vicino alla Chiesa, piccola ma ben tenuta e che gli sposi sarebbero andati all'altare ai primi di settembre con pranzo e viaggio di nozze. Insomma, tutto a posto anche se con qualche sacrificio in più.

Del resto per la Rusin e per le altre donne era troppo importante che i figli si sposassero nei tempi giusti, facessero figli nei tempi giusti, conducendo una vita normale e ligia al lavoro. Le sorprese non erano bene accette e se adesso per una ragazza aspettare un figlio da single non è la fine del mondo, anzi, per molte resta un dono del Cielo, negli anni '80 sposarsi incinte non era il massimo della vita, decisamente no!

mondina, non stupida!


All'epoca avevo un fidanzato che proprio non approvava il mio lavoro in campagna.

Si vergognava di me. Ne ebbi la conferma una sera che in un rinomato bar di Novara, incontrammo dei suoi compagni di scuola, ai quali mi presentò.

Due chiacchiere banali e poi la domanda: "come fai ad essere così abbronzata? sono solo i primi di giugno..."

Le lampade UVA non erano mica di moda e solo viaggiare in paesi tropicali poteva regalarti un simile colore. Con tranquillità risposi che facevo la mondina.

Nell'istante in cui pronunciai la frase da sotto il tavolino partì un calcio che mi colpì lo stinco, bloccandomi il respiro. Capii che Giorgio non amava sentire parlare del lavoro dei campi e quindi non ne parlai più.

Stare con le mondine, anno dopo anno, stagione dopo stagione, mi temprò non solo il fisico, ma anche e soprattutto il carattere. Uscì il mio vero Io. Questa è forse la ragione più plausibile del fallimento con Giorgio. Lui amava i salotti, la mondanità, si credeva un intellettuale, vivendo però di apparenza. Seppi con certezza d'essere diversa da come mi voleva solo a 20 anni, dopo quasi 4 di fidanzamento.

Quante volte nei litigi mi diceva di essere stanco d'avere accanto un'eccentrica, una troppo strana! Mal sopportava il fatto che avessi lasciato la scuola, senza uno straccio di diploma. A nulla serviva la mia costanza nel ripetergli che le persone si misurano dalla loro intelligenza e che una buona cultura a volte ne maschera l'assenza. Prova è che le signore con le quali parlavo e discutevo in mezzo al riso erano da considerarsi piuttosto acute, pur non sapendo chi fosse Nietsche.

Anni dopo, lavorando a Milano in biblioteca, conobbi una ragazza che non si perdeva i film d'autore. L'accompagnavo a volte a vedere pellicole francesi o polacche dal titolo impronunciabile e per tutto il tempo cercavo di capire cosa ci fosse di così sublime davanti a quella noia mortale, sognando invece la prima visione dell'ultimo film di Bruce Willis!

Ebbene, Clara una sera mi confessò che odiava mortalmente quei film sciapi, ma si forzava di mantenersi di seguirli, doveva tenersi aggiornata perché era una cosa da intellettuali, era di moda, cool, ecco, oggi diremmo così!

forse lei sarebbe piaciuta al mio ex fidanzato, chissà..

parlami d'amore, Mariù!

Le mondariso parlavano degli argomenti più stimolanti, delle più belle cose che la vita può dare.

Parlavano di sogni, senza drammi e isterismi. Parlavano d'amore.

E siccome ero la più piccola, secondo loro ancora da svezzare, mi diedero un sacco di informazioni su come esser felice e far felice un uomo, a letto. Sì, proprio quello.

Nella squadra c'erano vari punti di vista per definire il concetto di sesso, sul come praticarlo e con chi. Molte si vantavano di aver avuto un solo uomo in tutta la vita, ma c'era chi le scherniva affermando che cambiare partner non faceva altro che bene.

Tutte quante però erano d'accordo sul fatto che il sesso fosse un antistress naturale e necessario per sentirsi davvero appagate e che bisognava farne il più possibile, ad ogni occasione. Mi dicevano: "Bimba bella, ogni lasciata è persa e non la recuperi più".

In risaia i racconti si facevano ancor più intimi, qualcuna osava spingersi a confessare desideri e voglie represse, sogni erotici impossibili con attori e cantanti celebri. La Rusin era completamente andata fuori di testa per Julio Iglesias e cantava in continuazione "Pensami! ... un ballo strappamutande!

Scoprii che a letto preferivano un comportamento da geisha, remissivo piuttosto che dominante. Ora mi chedo se davvero noi donne del 2000 non stiamo sbagliando a prendere troppo l'iniziativa coi nostri compagni, portando via loro il ruolo di dominio nel rapporto amoroso.

L'audacia è accettabile, se però la donna esagera, l'uomo si inibisce. O no?

Ad ogni modo erano convinte che si dovesse far l'amore pressoché ogni sera e se non era il semplice desiderio a portare a quello era soprattutto il timore che il marito "andasse traverso", lo facesse cioè con qualcun'altra. Più che una teoria restava un consiglio: tenere sotto controllo i pruriti del compagno, rendendolo così innocuo nei confronti delle altre donne.

In un mondo dove le distrazioni sono all'ordine del giorno e i matrimoni falliscono per incompatibilità di carattere, ritengo che sia importante stare insieme fisicamente. Quante coppie si sono divise perché rabbiose, stanche, deluse e soprattutto inappagate? Quanti hanno tradito perché la passione, nel loro matrimonio è sfumata?

La teoria della mondine era ed è inossidabile: accontenta il tuo uomo e sarai felice. Alle mie proteste di natura femminista rispondevano: che ci vuole? regala al tuo bello 15 minuti di felicità e lo avrai ai tuoi piedi, come un cagnolino. Santi numi! Avevo 17 anni, ma non ero nata ieri, avevo già un fidanzato da due anni, sapevo come funzionavano le cose.. certo la mia concezione del sesso era sicuramente più.. romantica!

Le confidenze di allora erano un po' come quelle che ci scambiamo adesso tra colleghe in pizzeria o al bar per un happy hour. Non è cambiato l'argomento, solo il luogo. E noi, attuali 40enni, non siamo cambiate, non siamo diverse dalle 40enni di 25 anni fa, i problemi sono sempre gli stessi, i sogni pure.

14 febbraio 2006

il fattore tempo


Non solo di orario lavorativo si parlava, ma anche e tanto del tempo meteorologico.

La situazione migliore per lavorare si creava in assenza di afa, con un venticello caldo e sole un po' coperto: una giornata così era da segnare sul calendario!

La pioggerellina poteva andare bene, l'acquazzone ci faceva uscire dal campo, soprattutto se accompagnato da forte vento.

Si abbandonava il lavoro non tanto per il fastidio dell'acqua addosso, ma perché la risaia si trasformava in un mare in burrasca e l'erba non la si vedeva più.

Tutte le mattine, durante il percorso in bici le anziane si perdevano in previsioni: "è brutto ad est, arriverà il temporale, speriamo dopo aver mangiato" oppure "è afoso, non si vede la Luna.. oggi non si respira" e via con le supposizioni del caso. Il detto "tempural ad matin al gà ne cò e ne fin" era una profezia: se si partiva di mattina col temporale, quello non finiva più, ce lo trascinavamo appresso tutto il santo giorno..

Se al risveglio pioveva la tenuta da lavoro comprendeva un piccolo impermeabile, chi l'aveva metteva il k-way, altrimenti si usavano quegli impermeabili color arancione regalati coi punti benzina: ci vedevano a 10 km...

Naturalmente capitavano acquazzoni estivi e, come al solito, se le altre correvano al riparo dai fulmini, io invece gli andavo incontro. Vi assicuro che spettacoli come quelli che ci sono in aperta campagna quando il cielo si oscura sono indescrivibili, indimenticabili. Se penso all'incoscienza di quei momenti...

ancora adesso è così. La sento ancora chiaramente la sensazione di ebbrezza fortissima, stordimento e odore di asfalto bagnato, stormi di uccelli che scappan via e il silenzio, poi.. la pioggia. Sento le prime gocce sulla pelle, vedo formarsi piccoli cerchiolini che si allargano nell'acqua, è buio ma sono solo le tre del pomeriggio. Un lampo fortissimo, il fragore del tuono e la pioggia finalmente scende libera... l'acqua scorre e l'aria è viva e frizzante, alzo le braccia e resto imbambolata a guardare i pioppi schiaffeggiati dalla grandine, i mulinelli d'aria che trasportano foglie.

In campagna il temporale resta un evento pauroso. Quante colleghe ho visto scappare a gambe levate per i fulmini, e, comunque, nella vastità dell'acqua a quadretti, un po' di timore veniva anche a me. Paura che subito superavo, correvo dentro alle marcite che per il vento divenivano masse verdi ondeggianti.. le altre mondine mi sgridavano, mi ordinavano di correre al riparo (mai sotto un albero eh?) ma per niente al mondo avrei voluto tornare indietro. Ferma, investita da quel turbinio d'acqua e ghiaccio mi sentivo fuori dal mondo, rapita e spazzata via! una pazza..

La sola pioggia invece non era mai un grosso problema. Lo diventava però quando ti beccavi l'acquazzone in piena risaia e ti toccava rimanere coi vestiti inzuppati per il resto della giornata, se questa si manteneva nuvolosa. Non sempre ci portavamo appresso l'impermeabile e perciò restavamo fradice finché non si tornava a casa. Si mondava col freddo alla schiena e alla pancia e alcune si ritrovavano il giorno dopo con l'influenza. Se però la tormenta colpiva durante uno di quei caldissimi pomeriggi di luglio, la consideravamo un regalo dal cielo!

Nel maggio in cui ci fu la perdita di radiazioni a Chernobyl i telegiornali consigliavano di lasciare fuori le scarpe e di stare all'aperto il meno possibile, soprattutto in caso di pioggia "acida" per evitare di contaminarsi durante il passaggio della nube tossica sull'Italia. Ebbene, noi mondine stavamo a mollo dalle 7 della mattina alle 5 del pomeriggio, con e senza pioggia, con e senza radiazioni...


12 febbraio 2006

i pericoli della risaia

Alla mattina si lavorava bene perché si era riposate e faceva fresco, anche se era più pericoloso camminare nell'acqua: si potevano trovare animali ancora addormentati.

Una volta estirpai un "fiuron" (un'erba a foglie grandi con l'interno a forma di cestino), tana di una biscia intorpidita.

Naturalmente non me ne accorsi e proseguii a mondare con l'erba in mano e la bestiola penzolante, che tentava di liberarsi!

Ad un tratto l'Angela mi disse: "Vale, non ti spaventare, ma hai preso un serpente per la coda.. molla l'erba!!". Siccome spesso mi prendevano in giro, facendomi scherzi alquanto idioti, non raccolsi il consiglio, finché non sentii attorcigliarsi al braccio una cosa viscida e fredda, alché lanciai in aria erba e biscia e corsi all'argine urlando come una pazza!

A metà luglio, quando è cominciata la seconda monda, il riso è già alto ed è rifugio di parecchie bestie grandi o piccolissime. I ragni son quelli che impressionano di più, se sono in discrete quantità.

Un giorno scendemmo in un campo spettrale. Qualcuna di noi rimase senza parole: era come un'unica ragnatela. Fino ad allora avevo visto solo qualche ragnetto solitario, invece lì, davanti agli occhi, avevo l'habitat del ragno saltatore.

Quando entrammo in risaia ci fu solo il fruscio dei nostri corpi contro le piantine di riso. Ad un tratto un paio di metri più avanti, cominciarono a venir fuori ragni grossi come mani che scappavano, facendo balzi come canguri! Qualche insetto sbagliava direzione e si lanciava su di noi, che indossavamo sacchi dell'immondizia per ripararci dalla rugiana mattutina.

Il poverino scivolava giù sino ai piedi e fuggiva tra l'erba. In una simile situazione, se sei fobica lo capisci. Io decisamente non lo ero ma un po' di inquietudine ci prese tutte, tanto da portarci a gridare battendo le mani, trasformandoci in battitori di caccia. E allora non si videro solo ragni, scappare: volavano via aironi, gallinelle d'acqua, fagiani, ti attraversavano le gambe lepri, nutrie, ratti, rane e serpenti.

L'aria si era caricata di grida, di rumori, di urla e richiami disperati. Mi immaginavo leprotti presi dal panico in cerca di mamma lepre, topini persi e facile preda di serpi e cornacchie. Cercavo sempre di ricongiungere eventuali dispersi, di riportare i pulcini al vicino nido di quaglia, mentre invece qualcun'altra rubava le uova delle fagianelle per farci la frittata alla sera!

Come ridevano, facendo no con la testa, ogni volta che mi infervoravo, lottavo per difendere quei malcapitati. Non lo sapevo, ma ero una mondina molto ecologista.

Ogni tanto qualche animaletto ti salutava con un bel pizzicotto. A parte le innumerevoli zanzare e tafani, c'erano degli insettini chiamati "cinque minuti": uguali a ragnetti, vivono tra il fango della risaia e quando si trovano intrappolati nella scarpetta, l'unico modo per liberarsi è quello di morderti il piede.

Ebbene, mi capitò di essere morsicata, un unico episodio che mi sconvolse abbastanza da essere terrorizzata a rientrare nel campo. Lo chiamano cinque minuti perché mentre morde inietta un liquido paralizzante che, oltre a bloccare l'arto, provoca un dolore così acuto e vivo che pare ti stiano tagliando con la motosega. Non esagero.

Piano piano però il male cala, riprendi a respirare normalmente, smettendo di massaggiare la pianta del piede come un'ossessa. Il dolore sparisce e non rimangono neppure ponfi o segni particolari.

Meglio il cinque minuti che essere attaccate da un ratto, uno spettacolo raccapricciante. Ne ho visto uno aggredire la mia vicina. L'animale sembrava un gatto tanto era grosso, aveva il pelo ispido come un riccio e dalla bocca uscivano come due piccole zanne.

La collega purtroppo se ne accorse tardi e il topo dall'argine le balzò addosso, mordendole il collo e la schiena. Le strappò via la stoffa degli abiti e prima che noi potessimo intervenire era già scappato.

Accompagnammo la sfortunata dal dottore che le diede alcuni punti di sutura e per i sei mesi successivi dovette prendere gli antibiotici per evitare infezioni. Quasi da rimetterci la pelle.

10 febbraio 2006

la capo-mondina


Una capa deve saper contrattare coi padroni.

C'è chi tra questi è poco pretestuoso: gli basta una prima passata dell'erba grossa, magari un trapiantino negli angoli in cui non s'è riuscito a seminare col trattore e infine un breve passaggio per togliere il "pabi" (il giavone, un'erba difficilissima da individuare perché molto somigliante al riso).

Un padrone così vuole la velocità, un lavoretto rapido e di solito non si fa vedere nei campi, manda semmai a controllare il suo "campé", l'uomo che si occupa della regolazione dell'acqua nelle risaie.

Poi ci sono i pignoli che non badano né alla spesa né al tempo impiegato. Vogliono la perfezione, la pretendono. Ne conobbi uno così fissato che a lavoro terminato scese direttamente in risaia, si immerse fino all'inguine per vedere se c'era ancora dell'erba!

Angela era bravissima a mediare, capiva subito, dando un'occhiata al terreno, quanto ci avremmo messo a mondarlo e, naturalmente, a spuntarne una buona paga. Rinunciammo perfino ad un incarico, una volta, perché lo stesso padrone, l'anno prima, aveva preteso che lavorassimo con la grandine, facendoci ammazzare di fatica!

La leader deve saper spegnere i fuochi di una lite.
Come in tutti gli impieghi, capitava che qualche donna si lamentasse, volesse una posizione più comoda. La capa decideva in base alle esigenze personali di ognuna, perché ci conosceva bene tutte quante.

Ci fu un episodio divertentissimo. C'era la Lucia che stava al centro della squadra, in una parte del terreno molto molle. Angela s'era portata invece verso l'argine. Lì c'era più erba ma si camminava meglio. Vide la Lucia affaticata e perciò le chiese di cambiare con lei. La Lucia parve felice della proposta, ma poco tempo dopo si lamentò che da lei c'era tanta erba.

Allora prese il posto della Rusin, più al centro e vicina alla Franca. Non andò bene comunque, tant'è che continuò a sbuffare e a imprecare. Finì che la capa, spazientita, la rimbeccò: "oh Luci bella, se hai il duro vuoi il molle, se vai nel molle poi vuoi il duro, deciditi!!". Battuta spassosissima per la cadenza dialettale e per il facile doppiosenso che sicuramente aiutò a sdrammatizzare la difficile situazione che stava degenerando in litigio.

Alcune mondine, pur di tirar giornata e non finire il campo prima si mettevano a "far ballare l'acqua", tiravano lungo, ecco. L'Angela questi atteggiamenti non li sopportava. Se si finiva un campo e mancava poco al termine dell'orario se ne incominciava un altro se questo stava nelle vicinanze, altrimenti si tornava a casa, perdendo i minuti che ancora restavano. Atteggiamento che di solito veniva comunque premiato dal datore di lavoro che ci regalava l'uscita anticipata.

la gerarchia nella squadra

Anche tra le mondariso, così come nelle multinazionali, esiste un organigramma e una scala precisa di compiti svolti a seconda dell'esperienza e delle proprie capacità.

Durante la mia prima stagione altro non facevo che portare via erba fino all'argine, un lavoro faticoso lasciato alle più giovani e alle meno esperte.

E' un continuo andare e tornare, mentre le altre mondano riempiendosi le mani e formando il carico, giusto in tempo per essere raccolto e trascinato a riva: una tortura per la schiena ma soprattutto per le dita e i polsi che devono trattenere quel peso.

Se però sei svelta fai in fretta anche a passare di ruolo e finisci nel mezzo della fila di mondine, posizione ottimale, perfetta, hai da entrambi i lati delle colleghe che ti aiutano e se il campo non è tanto sporco ognuna si porta il proprio mazzo d'erba a riva direttamente.

Le più esperte stanno per ultime ai lati della fila, cercando di mantenere la linea, di non perdere il segno del precedente passaggio e, di solito, questo ruolo è della leader.

La leader è colei che contatta i padroni, organizza le giornate di lavoro, controlla che le ore pagate siano giuste e garantisce la regola d'arte del lavoro, in pratica è quella che si fa il mazzo per procacciare le giornate al gruppo.

Nell'80 non esistevano quasi più grosse squadre, al massimo si arrivava a gruppi di 10/12 donne e all'ingaggio gli agricoltori facevano molto bene i conti sui giorni da far fare e sugli ettari da passare. Capitava che qualche squadra, a metà stagione, non trovando più padroni, fosse costretta a smembrarsi, formando gruppetti di 2/3 componenti, assumibili perciò anche da piccoli proprietari terrieri.

La nostra squadra era costituita da 6 elementi, eccezionalmente, per ritardi dovuti alla semina o al lavoro dei campi, in certe giornate venivamo accorpate ad altre mondine, per finire prima i lavori. La capa, in ogni caso, restava sempre la nostra Angela. Lei era un tipo scattante, sempre pronta a darti una mano ma anche a dirtene quattro se non facevi bene.

Una volta ci unirono ad una squadra di mondine sconosciute, venute giù dall'Oltrepo Pavese. Loro non andavano ad ore, ma a ettari. Così, pur di macinare strada, pestavano l'erba sotto i piedi, lasciandoci indietro ad arrancare per stare al passo... noi sembravamo più lente!

Ma l'Angela, che era una tosta e conosciuta per la sua lealtà e onestà andò a lamentarsi col padrone che, senza farsi vedere, controllò il lavoro col binocolo per un giorno intero.
Ne venne fuori un bailamme incredibile: quelle furono cacciate via e in zona non si videro più!

08 febbraio 2006

buone maniere


Verso le tre del pomeriggio, quando mancava poco a terminare, la Rusin diceva: "'nduma, gnuma, n'duma a cà" significava che c'erano ancora tre corsie da fare prima di tornare a casa.

Proprio in quell'ultima durissima ora arrivava il "barlité", il contadino incaricato di darci da bere l'acqua fresca del "barilot": negli anni '80 i barlité erano attrezzati con tanto di thermos con distributore automatico, mica si beveva più come un tempo tutte dal mestolo, ad ognuna di noi veniva assegnato un bicchiere di carta, diamine..

Capitò anche che alcuni padroni si facessero trovare alle bici con dei gelati appena comprati, una gentilezza d'altri tempi.

Quando eravamo prossime all'argine, il barlité faceva cenno alle più anziane di avvicinarsi, le altre proseguivano il lavoro, lentamente per non distanziarsi troppo.

Non si usciva mai dalla risaia, ci si appoggiava all'argine con un piede e si beveva rapidamente, perché c'era chi stava aspettando.

L'andamento del lavoro doveva seguire un ritmo adatto a tutte quante: il passo doveva essere sì controllato ma altresì sostenuto per far piacere al padrone.

Ogni tanto qualcuna di noi litigava con la vicina che andava troppo svelta, oppure c'erano battibecchi con chi non vedeva l'erba e rallentava l'andatura. In ogni caso, se una compagna era in difficoltà chi le era a fianco aveva il dovere di aiutarla a portar fuori il suo pezzetto.

Durante la mia prima settimana di monda ebbi vicino due angeli custodi che mi insegnarono alcuni trucchi del mestiere e mi rintemprarono l'anima. Una di loro era la nostra capa.

mondina-etiquette

E' forse azzardato cercare di definire l'etichetta, o meglio, il giusto comportamento che una mondina deve avere nei confronti della squadra? Proverò a descriverlo.

L'abbigliamento è importantissimo, deve essere funzionale, pratico e, soprattutto, non troppo succinto. Del resto, le mie compagne di lavoro erano signore dai 45 anni in su, costrette a mostrare le cosce per lavorare nel fango.

Il capo preferito da tutte era la polo a manica corta, possibilmente bianca o beige per non attirare i raggi del sole e gli insetti.

Api e calabroni hanno un'adorazione particolare per le magliette arancioni, bordeau e verde acido, probabilmente perché ricordano loro il colore dei fiori e della frutta.

Le braccia non erano mai scoperte, ma riparate dalle "manichette", salsicciotti di stoffa chiusi alle estremità da due elastici: servivano a riparare gli avambracci dalle punture del riso e da incontri ravvicinati con animaletti vari. Al polso le manichette incrociavano i guanti in lattice.

Sotto si portavano dei pantaloni corti. Le più anziane rimboccavano le bermuda al ginocchio, altre sceglievano degli shorts come quelli dei pugili. Gli accessori erano: un cappello di paglia, detta "lobia", al collo un foulard e infine, le comodissime scarpette di gomma. Le più previdenti viaggiavano anche con un marsupio dentro al quale tenevano impermeabile, fazzoletti, caramelline (i mintin..) e l'inseparabile stick di Autan.

Il mio abbigliamento però era una variante unica, nel senso che, se la campagna era nascosta dalla strada, restavo in costume, altrimenti indossavo un paio di pantaloncini ridottissimi, una canotta da palestra e in testa il cappellino con visiera. Odiavo stivali e guanti, mi obbligavano a metterli sono in previsione di un campo infestato da topi, sarebbe stato troppo pericoloso mondare senza protezione.

Spesso le mie colleghe ingaggiavano una vera e propria gara: vinceva chi si era sporcata di meno al termine della giornata. Non vi dico la mia prima stagione: se solo pensate che mi schiaffeggiavo addosso l'erba infangata per allontanare i tafani... neppure i capelli si salvavano più, avevo terra dappertutto, uno spettacolo!

E per fare la pipì?
Le prime volte tornavo all'argine e non c'era mai un albero, un cespuglio, dietro al quale ripararsi. Nulla. Mi sbrigavo facendomela praticamente sui piedi per paura che qualcuno mi vedesse. Presto fui costretta a fare come le altre.

Lasciavano che la fila andasse avanti di qualche metro, poi accostavano le mutande di lato e la facevano lì in mezzo al riso.. così e basta! Mi insegnarono perfino a cambiare l'assorbente durante il ciclo: si mettevano in cerchio ed io, velocemente, facevo la sostituzione. Questo metodo veniva utilizzato anche quando c'erano aggregati a noi il padrone o altri contadini.

Per la pausa pranzo l'etichetta era rigorosa: non si parlava, tanto meno si discuteva, concentrate solo sul cibo, anche un piccolo rumore risultava fastidioso. Doveva essere l'ora del silenzio, qualcuna mangiava velocemente le sue michette per potersi appisolare sull'erba o sotto un albero. Altre immergevano i piedi in un fosso, parlottando a bassa voce.

 Se non stavo distesa ad osservare il cielo, dando un nome diverso ad ogni nuvola, leggevo con avidità romanzi o fumetti. Presto le compagne presero ad informarsi sulle mie letture e così mi ritrovai a riassumere le storie lette, appuntamento che divenne una tortura, nelle ore calde, in cui la sete la faceva da padrona.



07 febbraio 2006

il colpo della strega


Dopo il terzo giorno di lavoro della stagione iniziata, le mondine sanno bene che arriva il colpo della strega. Io invece non lo sapevo.

Non sapevo neppure che la monda si dovesse cominciare di mercoledì, così il mal di schiena feroce ti viene al venerdì e hai il sabato e la domenica per recuperare.

Iniziando la mia prima monda al lunedì, l'attacco fatale mi venne giusto il mercoledì sera: fu uno strazio per i reni e la notte dovetti prendere due calmanti per dormire.

Al giovedì mattina miracolosamente mi scoprii libera dalle fitte e la fortuna mi sorrise anche sul lavoro!

Ci venne assegnato un campo che pareva già mondato. Niente schiene piegate ma belle passeggiate a ritmo sostenuto.

A sentire le altre chiacchierare e zampettare nell'acqua come gallinelle, chiudendo gli occhi e respirando profondamente potevo illudermi di essere sul bagnasciuga di Loano. Forse il peggio era passato.

Nle pomeriggio tornai in paese pedalando di buona lena, con le mani appoggiate sulle ginocchia e il manubrio abbandonato a se stesso. Vicino alla fontana della piazza principale ci stavano seduti i vecchi del paese e al nostro passaggio uno di loro disse: "ma la più giovane chi è? la figlia del panettiere?". Ero io sì.

Sapevo che avevano scommesso, dicevano che più di due ore non avrei resistito, invece, passata una settimana mi sentivo cambiata, più forte, mi ritrovai a trasportare chili di erba agli argini, a saltare avanti alla più anziana per aiutarla, capendo finalmente la filosofia delle mondine, fatta di canti, pettegolezzi e racconti anche boccacceschi.