17 marzo 2009

è passato tanto tempo

e tante cose sono cambiate da quando istintivamente, senza pensarci troppo, ho scritto un po' di me, del lavoro di mondina, della mia adolescenza. Non c'è stata premeditazione, organizzazione. Lasciai nello spazio internet le mie parole, così, neppure rilette!

In molti, dopo aver letto il blog, mi hanno consigliato di scrivere un libro. Pensavo di non poterlo fare, scrivere è un'arte che pratico da sempre, ma è qualcosa che richiede tempo, innanzitutto, e anche preparazione linguistica. So che il mio è uno scrivere "parlato" e quindi faticoso da impostare, da correggere..

nel frattempo sono volati anni e anni e non ho mai smesso di provarci, ho cercato, voluto con tutte le mie forze ricreare quel tempo, quello antico dei miei 16 anni. E' stato un viaggio a ritroso molto doloroso ma anche intimo e gratificante.

Ora manca poco, un'ultima correzione di bozza e il libro "Quando facevo la mondina..." prenderà il volo, lo lascerò libero, andrà via da casa come un figlio cresciuto..

quando succederà lo comunicherò agli amici, a quelli che hanno creduto e mi hanno convinta, intanto dico solo: aspettatemi!

28 febbraio 2006

la fine della monda e la curmaia (2° parte)

L'esaurirsi del voto non aveva nulla a che fare con la festa di fine-monda. La curmaia si svolgeva il sabato successivo all'ultimo giorno di lavoro ed era offerta dal padrone alle sue mondine. Ai tempi della mia nonna alla curmaia partecipavano solo donne e pochissimi uomini su invito, gli altri non erano ammessi, perché all'epoca era davvero sconveniente per una donna farsi vedere ubriaca.

Insomma, c'era sia una sorta di vergogna che non consentiva di lasciarsi andare completamente in presenza di uomini, sia una valida "scusa" per passare una serata senza marito o fidanzato, dedicandosi ai festeggiamenti con amiche e colleghe. Si potrebbe interpretare come una moderna festa della donna!

Quindi sotto col vino e cibo a volontà, ballando fino al mattino. Spesso le mondine anziane ricordavano le feste più riuscite, raccontando come molte di loro si vestivano da uomo, con barba e baffi, coinvolgendo le amiche in balli scatenati, altre invece si abbruttivano mettendosi delle gobbe finte sulla schiena per mimare un po' il corpo deformato dalla monda.

Ma la nostra, di curmaia, era ben diversa. I due padroni principali, quelli per cui avevamo mondato più giorni, arrivavano davanti al peso pubblico del paese a bordo di due grosse cilindrate scintillanti quasi quanto noi, ci caricavano e via, partenza per Arenzano, in Liguria, dove, in uno dei migliori ristoranti della zona, ci aspettava un banchetto tutto a base di pesce e champagne.

Era divertente osservare gli altri clienti del ristorante che guardavano incuriositi lo strano gruppo, formato da due signori attempati in compagnia di sei signore di mezza età vestite di lamé, con tanto di piega fresca, agghindate come Madonne e una ragazzina in jeans e maglietta seduta in mezzo a loro. Chissà che immaginavano, forse una rimpatriata tra magnacci e puttane.. e la ragazzina? di sicuro la figlia di una di queste, poverina...

La cena era come un pranzo di nozze, non si finiva più di mangiare, di bere e di ridere come folli, finendo col metterci tutti quanti a cantare, finché, con le buone maniere, venivamo accompagnati alla porta.

I padroni non bevevano tanto, dovevano stare attenti alla guida. Ad un certo punto si allontanavano, sedendosi in una panchina ad aspettare di vederci tornare. Alcune correvano a bagnarsi i piedi nel mare, altre si stendevano sulla sabbia, aspettando che l'orizzonte schiarisse. Io restavo ammutolita ad ascoltare le onde infrangersi sugli scogli, considerando le differenze tra l'acqua del mare e quella di risaia. Se mi fermavo troppo con la mente a pensare, una tristezza mi prendeva il cuore. Mi vedevo nei miei pochi anni, senza un futuro certo, con l'inverno alle porte e la poca voglia di tornare tra i banchi. Avevo perso tutte le certezze dalla morte di papà e mi erano rimasti addosso grossi turbamenti, grandi scelte da fare. Entrata in una realtà sconosciuta alle mie coetanee ero improvvisamente cresciuta e avevo captato i primi segni della consapevolezza, della paura che solo gli adulti hanno.




la fine della monda e la curmaia (1° parte)

Il primo giorno della stagione si faceva voto di andare a piedi, entro l'autunno, sino al santuario della Madonna de' Campi, un pellegrinaggio per ringraziare, pregando, la buona salute e il tanto lavoro svolto. Usanza tramandata da generazioni e generazioni di mondine e mai presa alla leggera dalle lavoratrici.

Si sceglieva una notte tra il sabato e la domenica, di solito era l'ultima di settembre, con partenza attorno alle tre. Si portavano alcune torce, ma il percorso restava comunque molto buio e oltre ai bisbigli dei nostri rosari e al gracidare di qualche rana regnava il silenzio.

Il santuario dista una decina di chilometri dal paese e vi giungevano alquanto sfinite. Sedute in chiesa cominciavamo i canti dedicati alla Vergine, alternati ad altri rosari e preghiere, qualcuna si rifugiava nel confessionale per un confronto "diretto" con Maria, altre si prostravano in ginocchio davanti alla sua statua, finché ad una ad una, al momento reputato giusto, ci si allontanava dai banchi per uscire sul piccolo spiazzo alberato. Alleggerite da chissà quale peso aprivamo la nostra sacchetta con pane, salame e vino per colazione. Già, perché il sole era ormai sorto e bisognava tornare a casa.

A proposito dell'andare a piedi, c'era una signora, originaria del Napoletano, che aveva sposato il nostro ciabattino e lui l' aveva mantenuta fino all'inverno in cui si ammalò, prese la polmonite e ci lasciò le penne. La moglie per un po' di anni non disse nulla, sembrava potesse vivere comodamente di rendita, finché un giorno, nel negozio di mamma, chiese se qualcuno fosse interessato a darle del lavoro, perché solo con la reversibilità del defunto marito non se la cavava più a pagare le spese della casa.

Era una donna sui cinquant'anni, minuta ma vivace ed attenta. Un paio di clienti in bottega le dissero che con la monda, in tre mesi, avrebbe guadagnato denaro per mantenersi quasi un anno, con un tenore di vita dignitoso, senza farsi mancare nulla. E così quell'estate l'Orietta si unì alla nostra compagnia, solo che non sapeva andare in bicicletta e neppure aveva la patente!!

Nelle giornate calde di luglio e agosto noi dovevamo essere in risaia alle 6 del mattino per poter smettere alle 3 del pomeriggio. L'Orietta partiva alle 5 per percorrere a piedi la stessa strada che noi facevamo pedalando in un quarto d'ora. Quell'anno avrei compiuto 18 anni e nonostante fossi senza patente sapevo già guidare, qualche volta perciò presi l'auto di mamma per fare quei pochi chilometri e portare così la nuova collega nei campi. Le altre all'inizio non la volevano, sempre per il discorso che portava via il lavoro a noi e ci rallentava pure il passo.

Ma l'Orietta aveva una parlata napoletana simpaticissima, tant'è che, ad un certo punto, pur di stare in compagnia si mise a cantare con noi le canzoni della monda con quel suo accento marcato, tanto da farci piegare in due dalle risate!
Il padrone, visto che s'era inserita bene e lavorava sodo prese ad accompagnarla alla mattina, mentre al ritorno, a turno, la caricavamo sul manubrio della bici, con lei che urlava fino al paese, perché era dura, per quelle strade, io ero abituata con mio fratello, ma quando portavo l'Orietta glielo dicevo chiaro e tondo che era a suo rischio e pericolo!

Divago..

24 febbraio 2006

momenti tristi

Durante la mia prima stagione di monda successe una tragedia che tolse ad ognuno di noi ragazzi il sogno e la spensieratezza della gioventù.
Non so se sapete com'è nei paesi: arrivano i ragazzi dei dintorni a corteggiare le coetanee, mentre i maschi compaesani espatriano anch'essi verso altre mete vicine in cerca dell'anima gemella, come fosse una danza amorosa. Cominciano ad arrivare dapprima con le biciclette, poi coi motorini e, di colpo, ti son davanti patentati.

Quell'estate, alla guida di una nuova A112 arancione superaccessoriata si presentò Marco, accompagnato dai compari Roby e Mauro, i soliti "stranieri" che negli anni precedenti venivano a trovarci coi motorini truccati. Come di dovere noi ragazze li aspettavamo al bar, trepidanti di scoprire se il nostro bello aveva deciso di farsi vedere o di darci buca. Si sentiva uno scalare di marce prima della curva sulla roggia, l'auto inboccava veloce la via principale per fermarsi infine al centro della piazza centrale, con le loro teste spettinate fuori dai finestrini.

Una sera di giugno però Marco perse il controllo dell'auto investendo in pieno Ivano, che stava alla guida del suo vespino. Entrambi finirono nella piccola roggia che costeggia la strada. Marco rimase pressoché illeso, Ivano venne trasportato con l'ambulanza all'ospedale vicino e si capì subito la gravità del suo trauma. Restò in coma sei giorni, poi ci lasciò. Aveva 19 anni. Sua madre non era del paese, si era sposata pochi anni prima con un nostro paesano e si era perciò trasferita coi figli. Sia Ivano che la sorella Carla di due anni più giovane si erano da subito inseriti nella comunità-giovane del posto, instaurando con tutti noi un rapporto di complicità e amicizia molto forti.

Marco era un po' più anziano di noi. Si era appena lasciato con la morosa e quella terribile sera era venuto in paese per un ultimo tentativo di riconciliazione. Quante volte lo sentii ripetere che se non fosse sceso nulla sarebbe accaduto, non sarebbe capitato l'incidente e la vita avrebbe avuto altre corse, altri giri...

I due ragazzi si conoscevano bene e il rimorso che rimase all'altro, sopravvissuto, non passò mai. Marco, che era un donatore di sangue, pochi mesi dopo venne colpito dalla leucemia. Ci sembrò un paradosso. Qualcuno si convinse che si fosse ammalato per il dolore. Tre anni dopo anche lui era già sepolto.

Noi della compagnia passammo settimane, mesi cercando di riportare una qualsiasi normalità nel gruppo, ma ci muovevamo e parlavamo come ipnotizzati. Eravamo giovani, ci sentivamo onnipotenti sino a quel tragico evento, dopo di che non fummo mai più felici. Restammo monchi di quella gaiezza, di quell'incoscienza classica dell'adolescenza.

A volte ricordando quei giorni vedo le immagini scorrere nella testa come in un film: riconosco gli amici seduti davanti al prestino di papà, ci sono anche Ivano e Marco, seduti sul cofano dell'A112, noi ragazze a rincorrere lucciole, sento ancora l'aria calda e afosa di agosto, i grilli, le mamme che chiamano i bambini per andare a letto, i lampioni gremiti di zanzare e oltre a questo, il silenzio. Per le strade solo le nostre voci, le donne anziane che si salutano e vanno a dormire, lasciando vuote le panchine della piazza.

Tutto tace. Lo vedete? lo sentite anche voi?




21 febbraio 2006

le nostre canzoni

Se non si poteva chiacchierare, perché c'era il padrone o ci si era animate troppo a discutere, allora si cantava. In realtà i canti servivano a scandire il tempo, un po' come succede nell'esercito, accompagnavano praticamente il ritmo del lavoro. Tanto più il brano era veloce tanto più procedevamo speditamente. Ad esempio, se si trapiantava il ritmo doveva essere sostenuto, tant'è che i padroni preferivano di gran lunga le canzoni movimentate.

Il canto, inoltre, aiutava la concentrazione, distogliendo l'attenzione dalla posizione scomoda assunta per ore e ore. E' difficile per me scordare la fatica di trapiantare, doppia a paragone della monda. Si è sempre piegate, camminando all'indietro e le dita son dolenti, costrette a trapanare il terreno duro per collocarci la piantina di riso.

C'era tempo e tempo per scegliere le canzoni, a seconda dello stato d'animo di chi le intonava. Spesso di mattina se ne cantava di malinconiche, inventate da chissà quale mondina anni prima, così triste e disperata. Mi ricordo alcune strofe:

"Amore mio non piangere, se me ne vado via
io lascio la risaia, ritorno a casa mia
vedo laggiù tra gli alberi la bianca mia casetta
vedo laggiù sull'uscio la mamma che mi aspetta

Ragazzo mio non piangere se me vo lontano
ti scriverò una lettera per dirti che ti amo
mamma e papà non piangere, se sono consumata:
è stata la risaia che mi ha rovinata
mamma e papà non piangere, non sono più bambina
son tornata a casa a far la signorina!"

Oppure, se era in ritardo la paga, c'erano i canti di protesta come "sciur padrun da le bele braghe bianche fora le palanche, fora le palanche.." mentre a fine giornata si cantava gioiosamente per la contentezza dei soldi guadagnati.

In ogni squadra c'erano almeno un paio di mondine con l'incarico di intonare la prima strofa. Da noi una di queste era la Pina, con la sua voce acuta e dolce insieme. Non vi è mai capitato di andare a Messa, in una chiesa di paese e restare estasiati dal canto di qualche signora nelle ultime file? In tal caso potrete dire di aver ascoltato la voce di una mondariso!

Allo scadere delle ore lavorative cantavamo così:

"padéla, padéla tra là là / padéla a chi la va / 'gh la dumma a l'Ernesta cul sò Bèrtu 'namurà (padella, padella tra là là, padella a chi va, la diamo all'Ernesta col suo Berto innamorato)

gh'è pasà 'na squadra d'uslon / i gan purtà via, i gan purtà via l'urlog al padròn (è passata una squadra di uccelli grossi, hanno portato via, hanno portato via l'orologio al padrone)

perché il padrone ci rubava i minuti, cinque, dieci, veniva mezzogiono e non ci lasciava andare... noi gli intonavamo il verso...